Architetti, lo stile che non c'è

di Fulvio Irace

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Questo articolo è stato pubblicato il 22 febbraio 2011 alle ore 13:01.

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The Shard, la "scheggia" di cristallo di Renzo Piano continua a salire nel cielo di Londra; a Schenzen è già aperto il cantiere del quarto aeroporto del paese: la "grande manta" di Massimiliano Fuksas. Mentre avanza nella progressiva conquista della Cina con i quartieri di Wai Tan Yuan a Shangai e l'espansione est della città turistica di Ningbo, la Gregotti Associati ha aperto ora il fronte del Nord Africa, con i progetti per gli stadi di Agadir e di Marrakesh. È disegnata dal milanese Mario Bellini anche la "nuvola" metallica del Museo d'Arte islamica nel parigino tempio del Louvre, mentre Dante Benini ha appena finito a Istanbul la torre del gruppo farmaceutico Abdi Ibrahim, uno dei landmark della Turchia moderna che guarda all'Europa.

L'elenco è sommario: solo l'inizio di una lunga serie di nomi di architetti più giovani e forse meno noti al pubblico dei giornali; dal fiorentino Claudio Nardi (autore del recente museo dell'Olocausto nell'ex manifattura Schindler a Cracovia) alla progettista del museo della Ciencia Viva di Bragança, Giulia de Appolonia, sino alle giovanissime Laura Mascino e Barbara Agnoletto, che hanno realizzato a Kobe una Piazza Italia di grande successo.
Ma anche se la lista fosse completa non aiuterebbe a spiegare questo bruciante paradosso: presi uno per uno, gli architetti italiani non solo non sfigurano all'estero, ma diventano simboli di un'Italia che vince; nel suo complesso però l'architettura italiana soffre di un grande deficit di immagine, relegata nella considerazione internazionale in una terra di nessuno perimetrata dai resti di un illustre passato ma fuori da quella pulsante modernità di cui invece sono parte sia la moda che il design made in Italy.

Gli anni 70 hanno visto nascere il mito dell'architettura svizzera, gli 80 quello dell'architettura spagnola e i 90 la leggenda olandese del "super dutch". Nel 1994, nel pieno di Tangentopoli, Pierluigi Nicolin – architetto e direttore di una delle riviste storiche dell'architettura militante, «Lotus» – in un pamphlet intitolato Notizie sullo stato dell'architettura in Italia, così sintetizzava il bilancio dell'anomalia italiana: «Potrei parlare con un francese dell'architettura tedesca, mentre sarei in difficoltà se dovessi spiegare a uno spagnolo le vicende della situazione italiana, e non certo per mancanza di amor patrio».


Quindici anni dopo, l'Italia non è più il deserto descritto da Nicolin: alla fine degli anni 90 il rilancio dell'economia e l'urbanistica delle trasformazioni nelle grandi aree metropolitane hanno rimesso in moto la politica dei grandi lavori, aprendo il mercato agli investimenti internazionali e costringendo dunque l'establishment professionale italiano ad aggiornarsi, a confrontarsi con culture e tecniche del progetto profondamente diverse. Eppure, continua la sensazione sgradevole che l'architettura nostrana sia fuori mercato: e se ogni grande opera o sogno nel cassetto (dal ponte sullo stretto al G8 o alla ricostruzione dell'Aquila) sembrano destinati a esaurirsi nella polemica politica o ad arrossire nei cassetti delle Procure giudiziarie, i tanti piccoli o medi edifici di qualità che pure si costruiscono nelle province e nelle città raramente catturano l'immaginario critico e quello popolare. Persa la partita del digitale, in affanno su quella della tecnologia avanzata, incapace anche di creare "icone" con cui competere sul mercato del "meraviglioso", la nostra architettura appare ripiegata su se stessa, persa tra livori generazionali che hanno riaperto l'anacronistica querelle tra "giovani" e "vecchi" e narcisismi esangui paghi di una generica e blanda eleganza.


L'Italia è il paese che produce più riviste ed editoria d'architettura nel mondo eppure in quest'ultimo decennio, con qualche eccezione, i direttori di «Domus» – la decana delle riviste d'architettura italiane, fondata nel 1928 da Gio Ponti, e forse la più internazionale – sono stati tutti stranieri. L'Italia, fino agli anni 90, è stato il maggior laboratorio di elaborazione critica: i testi di Benevolo, di Zevi, di Tafuri, tradotti in tutte le lingue, sono stati a lungo dei bestseller di riferimento per chiunque volesse occuparsi di storia; oggi rimane la grande assente nei dibattiti internazionali e la nostra immagine appare tanto incerta e sbiadita da far resuscitare l'ambigua questione dell'"identità".
«What ever happened to italian architecture?», ci si chiedeva (in inglese) lo scorso anno al seminario organizzato dall'Istituto svizzero di Roma, negli stessi giorni in cui a Milano si varava l'«Osservatorio sulle idee italiane» e a Firenze si radunavano gli stati maggiori dell'università e della professione. Inutile dire che è rimasto deluso chi si aspettava risposte.
In Italia esiste forse il maggior numero di premi d'architettura nazionali e regionali (i premi Inarc, Medaglia d'Oro della Triennale, Oderzo, Barbara Cappochin, Cosenza eccetera) e una fiorente attenzione al lavoro dei giovani e delle loro opere prime (basti pensare agli annual book Italia Architettura di Prestinenza Puglisi per Utet o alla recente mostra in Triennale Bovisa, «Progetti di giovani architetti italiani»). I nostri architetti però sono da tempo immemorabile sottorappresentati nelle mostre (a partire dalla Biennale di Venezia, da dieci anni diretta sempre da architetti o critici stranieri) o nei premi (ad esempio, il Mies van der Rohe Award per l'architettura europea) e la maggior parte di queste rassegne o pubblicazioni risultano utili come un elenco telefonico, più simili al bollettino di un sindacato di categoria che a una lucida mappatura critica.


Non serve evidentemente invocare un impossibile protezionismo culturale che lasci l'Italia agli italiani e neanche un improbabile ritorno a mitiche virtù originarie, perché l'agenda dei nuovi temi è dettata dalla storia globale e non dalle vicende di casa. Serve però capire se la maledizione dell'architettura sia una conseguenza di una presunzione o del fato, o se invece affondi le sue radici in condizioni strutturali che sono innanzitutto (e soprattutto) sociali e culturali.
«Un'architettura timida» la definisce sempre Nicolin, priva di motivazioni forti, inadeguata a comprendere la società contemporanea salvo a inseguire qualche moda d'oltralpe per dimostrare di essere in grado di ripetere qui quello che altrove è di casa da sempre.
Una partita perduta in partenza, dunque? No, se ci si sforzasse di capire cosa ci rende diversi dal resto d'Europa e di trovare la forza di rendere centrale la nostra lateralità, desiderabili le nostre debolezze. Prendiamo il caso di Carlo Scarpa, ad esempio, fino a vent'anni fa considerato l'elegante, ma marginale variabile di un'architettura, per così dire, regionale e oggi, grazie soprattutto agli sforzi interpretativi di Francesco Dal Co, universalmente valutato come il capofila di un'alternativa alla modernizzazione incolore degli anni 60 e 70. Per non parlare di Gio Ponti, su cui l'attenzione internazionale si è focalizzata al punto da trasformarlo in un riferimento delle ricerche formali più attuali sul tema della leggerezza e dell'autonomia delle superfici rispetto al volume.
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Nell'Italia delle Pmi è impensabile che i nostri studi di architettura raggiungano le proporzioni delle grandi holding del progetto: possono però sfruttare il differenziale giocando la carta della sapienza artigianale, come in fondo, su grande scala, fa Piano dando alla tecnologia quella componente di semplicità confidente che manca all'aggressivo high tech britannico.
Un artigianato tecnologico, naturalmente, come quello che nel campo della moda porta alla sperimentazione sulle fibre e sui tessuti, sulle tecniche di lavorazione e sul taglio. O anche lavorare sulle interrelazioni tra architettura e design, nel campo degli interni come in quello della città, elaborando una nozione (e una pratica) della rifinitura del progetto che gli dia il senso di unicità e non di prodotto seriale.
Sfruttare persino quel caos apparente o quel ritardo che condizionano il ruolo dell'impresa nella società rivalutando la trasversalità dei saperi tecnici, l'adattabilità e il cantiere come luogo di sperimentazione e di innovazione e non solo di esecuzione di uno script procedurale fissato immutabilmente nelle pratiche del progetto.
Riprendere infine dall'osservatorio di oggi quella capacità di raccontare che nei secoli ci ha consegnato i centri storici più belli del mondo e riaccendere quel desiderio di fantastico (non di stravagante) che ci ha consentito nel dopoguerra di recuperare il gap con l'internazionalismo americano facendo in modo diverso quello che la loro tecnologia edile vendeva al resto del mondo. O di accendere il grigiore degli anni di piombo con la visionarietà provocatoria di Aldo Rossi, non a caso, nel 1990 il nostro primo Pritker Price. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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