«La politica deve credere nel design»

di Giovanna Mancini

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Questo articolo è stato pubblicato il 20 aprile 2012 alle ore 11:31.

«Credo di essere un po' egoista: quando lavoro a un oggetto o un arredo mi chiedo per prima cosa se piace a me e se lo metterei in casa mia». Antonio Citterio al Salone del Mobile è ormai un habitué: ha fondato il suo studio a Milano 40 anni fa e da altrettanti porta qui i suoi progetti per i più noti brand del made in Italy, ma anche internazionali, come Vitra, con cui quest'anno presenta la seduta Grand Repos. «Volevo fare una poltrona comoda, dove rilassarsi a leggere un libro o guardare la televisione, che diventi parte della quotidianità di chi la compra».

L'attenzione all'uso, oltre che all'estetica, è ancora il tratto distintivo del design industriale italiano?
Le tante aziende per cui ho lavorato (da Flexform a B&B Italia e Maxalto, da Kartell a Flos, ndr) hanno in comune proprio questo. Quando cominciamo a lavorare su un nuovo progetto, designer e imprenditori insieme, la prima cosa di cui discutiamo è a quali esigenze deve risponderre, quale sarà il suo utilizzo, a chi è rivolto. Poi spetta ai professionisti mettere a punto i dettagli stilistici, ma la cosa più importante è la visione. È sbagliato credere che il design sia una questione effimera o estetica: stiamo parlando di prodotti industriali, fatti per essere venduti e usati.

Quale visione prevale oggi?
Credo che, anche a causa della crisi che sta colpendo alcuni Paesi europei, si stia diffondendo il desiderio di avere, e da parte mia di fare, oggetti e arredi senza tempo, che con gli anni acquistano bellezza e valore, da lasciare ai propri figli. Il mobile di qualità medio-bassa non ha più chance.

Lei viene al Salone da tanti anni: crede che sia ancora un punto di riferimento per il design internazionale oppure è ormai più che altro un evento? Sicuramente il sistema che ruota attorno al mondo del design – la comunicazione, il marketing, la distribuzione – hanno fatto del Salone un fenomeno. Ma questo avviene perché alle spalle esiste un tessuto industriale attivo e sano, in grado di catalizzare qui la migliore creatività da tutto il mondo. Il giorno in cui dovessero sparire le aziende, anche il fenomeno Salone si sposterebbe altrove. Ma dobbiamo impegnarci perché non accada.

Come si fa?
Il sistema industriale italiano deve recuperare credibilità e le nostre aziende manifatturiere devono fare un salto di qualità, investendo in ricerca e innovazione dei processi produttivi. Ma anche il governo deve fare la sua parte e promuovere il design come fatto culturale e risorsa economica, come avviene all'estero. Invece da noi poche risorse sono destinate in modo indistinto alla saga di paese come al design di alto livello.

Quindi il problema è politico più che culturale?
C'è una dicotomia tra il Paese reale e le sue potenzialità. E il Salone del Mobile non fa che mettere in evidenza questa frattura: all'interno della Fiera, o negli allestimenti del Fuorisalone, si esprime il meglio della creatività e della qualità industriale italiana e straniera. Fuori, sembra di essere in un Paese del Terzo Mondo, con marciapiedi sporchi, un sistema stradale e urbanistico irrazionali, edifici scadenti.

Da dove iniziare per invertire questa tendenza?
Io sono ottimista: non potrei fare questo mestiere se non avessi una visione positiva della vita. Abbiamo aziende e giovani di talento. Spetta alla politica scommettere sul design, investendo nella formazione e promuovendo leggi a tutela del settore, a cominciare dalla questione dei diritti d'autore

TAGS: Antonio Citterio | Flexform | Flos | Grand Repos | Italia | Kartell | Politica

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