Il fatto di aver presentato al Salone del mobile di Milano progetti per 13 aziende – tra cui Cassina, De Padova, Casamania – non gli ha dato alla testa. Anzi. Luca Nichetto, 36 anni, sembra osservare con distacco quasi scaramantico il successo che lo ha travolto all'ultima edizione della fiera milanese. Muranese di nascita, nipote di maestri vetrai, ha imparato sin da bambino l'importanza di trasformare in prodotto industriale la passione e il proprio talento creativo.
Dopo la laurea in design industriale allo Iuav di Venezia, e collaborazioni con aziende come Venini, Foscarini, Fornasarig, Moroso, l'anno scorso Nichetto ha aperto un secondo studio, dopo quello veneziano, a Stoccolma. «Non per scelta strategica ma per amore», ammette. Ma le ricadute professionali non sono mancate.
Quanto ha inciso sul suo lavoro l'apertura dello studio in Svezia?Molto: contatti e incarichi da parte di aziende italiane sono aumentati molto da quando sono a Stoccolma. In parte credo che il solo fatto di vivere e lavorare in Scandinavia mi renda più... interessante. Ma, soprattutto, l'esperienza svedese ha cambiato anche il mio approccio al design.
Quali differenze vede tra il design italiano e quello scandinavo? È solo una questione di stile?
No, la differenza è abissale ed è soprattutto di concetto e di processo. In Svezia la velocità di realizzazione di un prodotto è minore, tutto è molto più programmato, i tempi di sviluppo sono più diluiti. Questo mi ha portato verso una maggiore pulizia nel modo di disegnare, che significa non solo uno stile più essenziale, ma anche una maggiore ricerca di funzionalità dei prodotti.
Ma la funzionalità non è anche una caratteristica del design industriale italiano?
È diverso: nei Paesi scandinavi il design è davvero per tutti. In Italia invece è ancora percepito per lo più come qualcosa di emozionale, che riguarda una nicchia, mentre la maggior parte delle persone continua ad arredare le proprie case secondo canoni di gusto tradizionali, classici.
Però le piace lavorare per marchi italiani?
Il mio legame con l'Italia resta molto stretto, anzi, da quando sono in Svezia i contatti con i brand italiani sono persino aumentati. All'inizio avevo un approccio molto naïf, dovuto anche al fatto che ho fatto una gavetta particolare, iniziando molto giovane a lavorare per aziende importanti. Poi, quando i miei progetti hanno cominciato ad avere successo, ho vissuto una fase di timore, per paura di deludere le aspettative. In Svezia tutto questo è passato, ora sono più sicuro di quello che propongo.
Girando tra i padiglioni della Fiera e negli spazi del Fuorisalone, la sensazione era che tra i giovani ci fossero molti stranieri. In Italia mancano le nuove idee?
Mi spiace dirlo, ma all'estero sono più bravi. Perché hanno scuole di design migliori, con maggiore selezione sia degli studenti, sia dei docenti. E poi perché in Italia un giovane si sente sempre messo al confronto con i «maestri» del passato, e questo soffoca la creatività. All'estero ci si sente più liberi di sperimentare e magari anche di sbagliare.
Qual è il suo giudizio sul Salone del mobile di Milano? È diventato un fenomeno mediatico oppure è ancora un occasione di apprendimento e crescita per un designer?
Il problema è che ci sono troppe cose da vedere e da fare. Il che è positivo, perché questo fa di Milano davvero la capitale del design. Però la manifestazione andrebbe un po' ripensata, in modo da renderla davvero un'occasione per spiegare alle persone che cos'è il design e che cosa significa fare un prodotto di design. Mi piacerebbe che ci fosse più tempo per incontrarsi, confrontarsi, imparare, come avviene a Stoccolma, a Londra o a Parigi, dove le design week sono più piccole, ma anche meno dispersive.
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