Anche coloro che, allo scorso Salone del Mobile di Milano, non si sono uniti al coro compatto che esaltava il designer giapponese Oki Sato, fondatore dello studio Nendo, non possono non riconoscere il piglio da capofila emerso dalle sue creazioni e, soprattutto, dalle sue mostre: manifesti poetici e filosofici sul modo di concepire un progetto d'arredo. Poco più che trentenne, Oki Sato è riuscito in dieci anni a conquistare i marchi più importanti del firmamento mondiale: Moroso, Bisazza, i boemi del cristallo Lasvit, ma anche Cappellini, Driade, Cartier, Lexus, Thonet, sono solo alcuni tra i suoi clienti. Al di là delle mode, è innegabile che il successo di Nendo sia contestuale a un momento del gusto caratterizzato, a Milano come nelle altre capitali dello stile occidentale, da una sottile e tenace passione per il «modus» giapponese di sentire, pensare e creare.
Un'infatuazione ricorrente – accadde anche a Parigi agli inizi del Novecento – oggi caratterizzata da una reciprocità e da uno scambio inediti e maturi. Si nota una fitta rete di relazioni virtuose: aziende italiane che adottano giovani designer giapponesi e viceversa; imitazioni fruttuose da parte di progettisti occidentali di un'estetica, quella giapponese, ancora da esplorare; e tecniche, forme, processi creativi rielaborati con esiti innovativi.
Tra i pezzi forti di Casamania, marchio di ricerca del Gruppo Doimo, abbiamo ammirato la nuova libreria Weave della giovane Chicako Ibaraki, classe 1978: un mobile totem che spiega il suo nome inglese («tessitura») con l'intreccio di cornici rettangolari metalliche a comporre la struttura autoportante. L'aspetto più interessante è dato dal materiale, una piattina di metallo sottile lavorata a mano, saldata e verniciata in modo da eliminare le cesure tra un pezzo e l'altro. Con un effetto di purezza – il sottrarre perfezionando – che riporta alla ricerca interiore dell'estetica giapponese.
Un bel percorso di scambio e contaminazione lo sta compiendo anche Karimoku, storica azienda giapponese di arredi in legno, con il brand Karimoku New Standard, collezione giunta al terzo anno con arredi in legno di tradizione nipponica ideati, tra gli altri, anche da giovani firme del design occidentale, come il duo olandese Scholten & Baijings e dal giovane belga Sylvain Willenz: i primi creatori dei tavoli Color Wood, dalla linea spoglia, quasi rustica, vivacizzata da colori pastello e linee fluo; il secondo autore delle sedie Homerun, ispirate a un cartone animato, delicatamente arrotondate.
Sull'altro fronte, quello dell'ispirazione, l'universo estetico giapponese, che intreccia pratica e pensiero, ha offerto spunti ad alcune tra le più belle creazioni recenti. Edward Barber e Jay Osgerby, anglosassoni, padri della torcia olimpica 2012, hanno imitato la forma delle pietre dei giardini tradizionali giapponesi nel costruire il loro tavolo tondo Tobi-Ishi prodotto da B&B Italia. Il nome si riferisce a quei sassi dalle morbide rotondità a cui sono ispirati sia il piano del tavolo, sia i due scultorei supporti su cui si regge, rivestiti da una boiacca scura di cemento che ne accentua la sensazione di naturalezza.
William Sawaya ha pensato all'origami nel disegnare l'elegantissima linea continua della sedia Fei Fei per Sawaya&Moroni, ripiegata come un foglio di carta, che all'effetto visivo di leggerezza abbina la solidità strutturale del poliuretano ad alta densità.
Simile a un segno calligrafico, invece, è il tratto della sedia Saya dello studio Lievore Altherr Molina per Arper, un pezzo dalle linee semplici e raffinate, che richiama il Giappone anche nella bella tinta rosso lacca, applicata sul legno a poro aperto.
Per i brasiliani Humberto e Fernando Campana il motivo ispiratore è stato invece l'alimento giapponese più noto al mondo: Sushi è infatti il nome del tappeto di Nodus che porta la loro firma e che gioca con le linee colorate avvolte in spirali ipnotiche.
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