Il design punta sul Brasile e sfida l'ostacolo dei dazi

di Giovanna Mancini

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 agosto 2012 alle ore 11:28.

Chi lo ha visitato assicura che il design district di San Paolo non ha nulla da invidiare a quello di Miami o Londra. Sull'elegante Alameda Gabriel Monteiro da Silva si affacciano le insegne dei più noti brand internazionali dell'arredamento, italiani in testa, come B&B Italia, Kartell, Rimadesio, Molteni&C, Minotti e tanti altri.

«I brasiliani amano il made in Italy, hanno una cultura e una sensibilità molto europee», conferma Claudio Luti, presidente di Kartell, che a San Paolo ha inaugurato il suo primo monomarca brasiliano nel 2005 e oggi conta nel Paese tre flagship store, 36 shop-in-shop e per l'autunno ha in programma nuove aperture. «Per le aziende del design il Brasile rappresenta, assieme al Messico, il mercato con le maggiori potenzialità nell'America Latina», aggiunge. Ma non è facile esportare in questo Paese: «Occorrono un marchio forte e un'organizzazione logistica molto solida. Le aziende più grandi possono fare da apripista per le altre».
Un marchio forte, soprattutto. Perché è vero che il Brasile presenta il vantaggio di condividere gusti affini a quelli europei e di avere una grande tradizione nell'architettura e nel design, da Oscar Niemeyer a Marcio Kogan, ai fratelli Campana. Ma l'esportazione dei prodotti made in Italy (non solo dell'arredamento) è fortemente penalizzata da una politica di barriere doganali che impone dazi di circa l'80% sulle merci in arrivo dall'Unione europea. Un valore che, a seconda della tassazione locale, può addirittura raggiungere il 100%, raddoppiando di fatto il prezzo di vendita finale dei prodotti italiani, che al momento restano dunque "confinati" al segmento del lusso e difficilmente possono raggiungere la crescente middle class, vera forza trainante dell'economia del Paese.
«Stiamo spingendo con i governi europei perché chiedano la riduzione della tassazione alla dogana – dice il presidente di Assarredo Giovanni Anzani – ma al momento non ci sono segnali di controtendenza, anche perché il Brasile ha una vasta e radicata produzione locale che intende tutelare». Per ridurre i costi a carico delle imprese ed evitare il rincaro dei prodotti, alcune aziende stanno valutando l'ipotesi di aprire stabilimenti in loco, da cui gestire la distribuzione in tutto il continente sudamericano: un'operazione che tuttavia richiede costi iniziali molto elevati.
Dazi o non dazi, in un mercato come questo è comunque necessario esserci e guardare anche oltre San Paolo, a città come Rio, Santos, Salvador de Bahia: dal 2005 al 2011 le esportazioni di mobili made in Italy verso il Brasile sono aumentate da 9 a 18,4 milioni e il trend è in costante crescita (fonte Cosmit/FederlegnoArredo su dati Istat). Magari puntando su collaborazioni e contaminazioni. «In questo momento c'è una grandissima vitalità – racconta Giulio Cappellini, designer e imprenditore dell'omonimo marchio del Gruppo Poltrona Frau, che nelle scorse settimane ha girato il Brasile per un ciclo di conferenze –. Dopo la grande stagione degli anni 50 e 60, si sta affermando una nuova generazione di designer e architetti brasiliani che lavora in modo innovativo su materiali e tecniche produttive. Per le aziende italiane un simile fermento è una grande opportunità di innovazione, ma anche di business», assicura.
Questo terreno fertile di creatività e progettualità sta convincendo molti imprenditori a sbarcare o espandersi in Brasile, tanto più in un momento in cui la vecchia Europa appare invece stanca e sofferente. Entro l'anno, ad esempio, il marchio dell'arredobagno Agape aprirà il primo shop-in-shop a San Paolo, e a inizio 2013 un altro a Rio. «La presenza di importanti studi di architettura come Marcio Kogan, Isay Weinfeld o David Bastos è strategica per noi – dice Leraco Bolletta, responsabile commerciale dell'azienda – perché possono fare da tramite con i committenti, soprattutto per i grandi sviluppi contract. E poi, parliamo di un Paese con 55mila famiglie ricche, con residenze fino a 2mila mq, disposte a pagare qualunque cifra per un arredo made in Italy».

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