Il successo (all'estero) dello «shedworking»: lavorare dal giardino di casa

di Dario Aquaro

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Questo articolo è stato pubblicato il 09 maggio 2014 alle ore 18:46.

Shedworking, ovvero: lavorare in giardino, ma in quella sorta di casotto prima destinato a deporre i vari attrezzi, accatastare materiale, stipare ricordi. Nel riuso del ripostiglio/capanno esterno – o nella costruzione di un ambiente ex-novo – c'è l'idea del ritiro, di uno spazio privato che sia "altro" dall'abitazione: ma si tratta di un'appendice diversa da gazebo o cantine.

Negli ultimi anni il termine anglosassone è entrato nel gergo del telelavoro, e si è diffuso al pari delle scelte di vita di quanti preferiscono (e possono farlo) allestire un ufficio a pochi passi da casa piuttosto che percorrere distanze da pendolare. Gli esempi si sprecano, si è creato un mercato, e questi piccoli spazi riescono a raggiungere anche alti livelli di complessità.

Nel 2010 il giornalista inglese Alex Johnson ci ha scritto un libro, «Shedworking: The Alternative Workplace Revolution», includendo esperienze provenienti da Stati Uniti, Germania, Giappone, Paesi Bassi, e ammettendo che in alcuni luoghi l'idea del capanno in legno e vetro fatica a far presa. Come già notava il Financial Times, intervistando il giornalista, nei paesi più caldi si tende forse naturalmente a proteggersi dal sole entro strutture in muratura.

L'interesse di Johnson è nato da una necessità personale, quando nel 2003 aveva bisogno di uno spazio extra dove lavorare; e se prendere una casa più grande gli sarebbe costato troppo, per allestire un ufficio in giardino bastarono 10mila sterline. Il Regno Unito è pieno di questo tipo di esperienze, che a differenza di un tempo non attirano solo gli artisti (scrittori o pittori); perché la pratica del piccolo ritiro esterno è vecchia, vero, ma le nuove tecnologie hanno cambiato il quadro. Johnson è anche l'autore di un popolare blog dedicato al tema e un paio d'anni fa ha stimato che il business del "lavoro in giardino" contribuisse per 6,1 miliardi di sterline all'economia del Regno Unito: con oltre 80mila persone piazzate negli sheds o comunque in fabbricati annessi all'abitazione. Secondo la sua ricerca, la media pro-capite del giro d'affari era di circa 76mila sterline, e grosso modo un terzo di questi lavoratori in giardino aveva dai due ai cinque impiegati.

A voler adocchiare qualche idea di sistemazione fuori-casa si può quindi scorrere il blog di Johnson (shedworking.co.uk), dove gli esempi sono anche sponsorizzati dalle stesse aziende specializzate in ambito di garden rooms, offices o studios. L'argomento appassiona anche il sito Apartmenttherapy.com, già promotore del concorso Small Cool che premia le case americane più piccole e belle. In effetti la cura per questi ambienti esterni, gli shed, ha raggiunto un'elevata sofisticazione ed è pari a quella dedicata al "vivere micro". Basti guardare strutture e costi: si può spendere certo 6-7mila dollari, ma se si vuol esagerare – e si ha un po' più di spazio disponibile – il prezzo sale di decine di migliaia di dollari (e supera a volte il centinaio).

TAGS: Alex Johnson | Lavoro

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