I «fondamentali» dell'architettura

di Giovanna Mancini

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2014 alle ore 08:59.

Biennale di Venezia, 14esima Mostra Internazionale di Architettura «Fundamentals», 7 giugno -23 novembre. Padiglione Italiano «Innesti/grafting» (Arsenale). Luigi Caccia Dominioni, Convento di Sant'Antonio dei Frati Francescani in via Farini-via Maroncelli, Milano, 1959-1963 © Filippo Romano

Biennale di Venezia, 14esima Mostra Internazionale di Architettura «Fundamentals», 7 giugno -23 novembre. Padiglione Italiano «Innesti/grafting» (Arsenale). Luigi Caccia Dominioni, Convento di Sant'Antonio dei Frati Francescani in via Farini-via Maroncelli, Milano, 1959-1963 © Filippo Romano

Per comprendere il presente e immaginare il futuro, è necessario avere solide fondamenta su cui costruire. È un messaggio semplice e chiaro, ma dalle interpretazioni più diverse e inedite, quello che il direttore artistico Rem Koolhaas ha scelto per la 14ª Biennale di Architettura, che apre sabato a Venezia. «Fundamentals» è infatti il titolo della Mostra Internazionale di quest'anno, che cerca di analizzare il passato, il presente e il futuro di questa complessa disciplina che si interseca inevitabilmente con gli aspetti sociali, economici e territoriali dei contesti su cui si innesta.

Si parte dunque dalle basi dell'architettura, con il Padiglione centrale (ai Giardini) che ospiterà la sezione «Elements», una riflessione su tutti gli «elementi fondamentali» che danno vita a un edificio (dai pavimenti ai soffitti, dalle porte alle finestre, dalle scale ai corridoi). Per poi allargare lo sguardo, attraverso i 65 Padiglioni nazionali, al modo in cui ciascun Paese ha saputo nell'ultimo secolo «assorbire la modernità», ovvero fare i conti con il proprio passato e la propria identità per progettare il futuro. Il punto di osservazione scelto da alcuni curatori delle mostre nazionali per rappresentare questo tema («Absorbing Modernity 1914-2014») si muove all'interno degli edifici, raccontando gli oggetti (arredi, finiture, elementi di vita quotidiana) che riflettono la capacità degli individui di adattare gli spazi alle proprie esigenze e al proprio tempo. Ne è un esempio il Padiglione del Belgio, intitolato non a caso «Interiors. Notes and Figures», un progetto di ricerca sugli interni realizzato attraverso centinaia di scatti fotografici dentro le case dei belgi.

Anche la necessità di una architettura «sostenibile» è una chiave di lettura ricorrente alla Biennale che vedremo quest'anno. Una sostenibilità che, dopo decenni in cui la modernità era stata identificata con l'opulenza e la grandezza (spesso in verticale), si impone spesso come risposta alla crisi economica e sociale dilagante, come nel caso del Padiglione della Grecia, che riflette sulle architetture destinate al turismo.

E poi c'è il caso italiano con la sua «modernità anomala», come l'ha definita il curatore del Padiglione Italia Cino Zucchi. Anomala perché qui, forse più che altrove, architetti e costruttori hanno sempre dovuto fare i conti con le tracce numerosissime ed evidenti del passato. Eppure, è la tesi di Zucchi, in tutte le epoche lo spirito di innovazione ha prevalso, portando al cambiamento senza per forza rompere equilibri o cancellare identità, perché, spiega l'architetto Nina Bassoli che ha seguito il coordinamento scientifico del Padiglione, «nel nostro Paese si è proceduto per lo più attraverso operazioni di innesto di qualcosa di nuovo – un linguaggio, un materiale, una forma, uno stile – sull'esistente». «Innesti/Grafting» (questo il titolo del Padiglione) individua alcuni luoghi o momenti cardine in cui tali innesti sono avvenuti, con successo, dando vita a idee e contesti nuovi, attraverso la metamorfosi dell'esistente. È accaduto a Milano, con i progetti per la facciata del Duomo, la grande fabbrica dell'Ospedale Maggiore, o durante la ricostruzione post-bellica. E accade ancora oggi – in questa città che è il vero «laboratorio del moderno» in Italia – con i progetti per Expo 2015 e quelli per la «città verticale», protagonista dell'ultima sala, conclusione naturale di un percorso che affonda le radici nel passato, passa attraverso esempi di architettura contemporanea in tutto il territorio italiano, e arriva alla «Milano che sale», sorta di punto di osservazione privilegiato, dall'alto, del contesto architettonico nazionale, e simbolo della sfida al cambiamento, di cui ancora non si conosce l'esito.

TAGS: Absorbing Modernity | Architettura | Grafting | Milano | Nina Bassoli | Rem Koolhaas

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