Case all'estero, nuova tassa al buio

di Angela Busani e franca Deponti

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Questo articolo è stato pubblicato il 30 gennaio 2012 alle ore 12:44.

Passato l'impatto "emotivo" della manovra Monti, comincia la stagione dei conti. E sulle case all'estero degli italiani la "ricevuta fiscale" del governo si presenta salata quanto problematica.
La nuova Ivie (imposta sul valore degli immobili situati all'estero), pari allo 0,76% del valore dell'immobile, si deve infatti pagare già per il 2011 e probabilmente per l'intero anno anche se è stata istituita solo a dicembre.

APPROFONDIMENTI

Per evitare il fenomeno della doppia imposizione, però, la legge riconosce al contribuente la deduzione di un credito d'imposta pari all'ammontare dell'eventuale "patrimoniale" versata nello Stato in cui è l'immobile.
Un incrocio di conteggi che, almeno per quanto riguarda i Paesi che il fisco cataloga come a più elevata frequenza di acquisto di immobili - Francia, Svizzera, Gran Bretagna e Spagna - lascia scoperta a favore dell'erario italiano un buona fetta del totale a carico del proprietari: da un quinto a oltre la metà. Come si vede nella simulazione qui a fianco, a cura di Dla Piper, l'imposizione degli altri Stati sul mattone è più conveniente della neonata Ivie: anche in Francia (Cannes), dove la differenza si assottiglia, dopo aver pagato 3mila euro di tasse per un immobile da 500mila euro ne restano comunque da saldare altri 800.
Il fisco, calcolati in 19,4 miliardi di valore gli immobili detenuti all'estero secondo quanto risulta dai quadri RW di Unico, ha messo in conto di recuperare in cassa 98 milioni l'anno. Le cifre in gioco, tuttavia, sono incerte.

In primo luogo perché le risultanze di Unico sono diverse da quelle degli operatori che stimano in almeno 400mila gli acquisti esteri degli italiani negli ultimi vent'anni (Scenari immobiliari) per un valore di 50 miliardi di euro e con mete in parte diverse. Stati Uniti, in primis, dove peraltro è assai frequente l'intestazione della seconda casa a una società; ma anche Irlanda e poi Spagna e Svizzera in proporzioni assai maggiori di quanto rilevabile dai quadri RW. In seconda battuta perché la procedura di calcolo si annuncia complicata e almeno altrettanto incerta nei presupposti e negli esiti.
L'Ivie si applica sul valore dell'immobile cioè – in base alla legge – sul costo risultante dall'atto di acquisto o dai contratti e, in mancanza, secondo il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l'immobile. E già questo – se non altro per sua vaghezza temporale – è un primo punto di difficile decifrabilità.

Altrettanto difficile è stabilire se la tassa pagata all'estero sia da classificare o meno come tassa patrimoniale simile all'Ivie che dà poi diritto alla deduzione dell'importo.
La manovra Monti, poi, ha come riferimento gli immobili situati all'estero, di qualunque natura e destinazione, dei quali i residenti in Italia abbiano il diritto di «proprietà» o un altro «diritto reale». E uno dei principali dubbi aperti (e sui quali ci sarà bisogno di ampie spiegazioni da parte del fisco italiano) è proprio quella di trasporre questi concetti al di fuori dei confini italiani, in quanto spesso non sono sovrapponibili ad analoghe situazioni regolamentate da altri ordinamenti (soprattutto quelli di common law, si veda il servizio qui sotto).

Infine c'è un problema anche più generale: l'Ivie va pagata dalla persone fisiche. Ma non solo dagli italiani con immobili all'estero quanto da tutti i «residenti» nel territorio italiano. Il che significa che il tributo è a carico anche dei cittadini stranieri residenti in Italia e che - per esempio - abbiano casa nel loro Paese: tanto il tedesco che risieda in Italia, quanto l'extracomunitario che abbia il permesso o la carta di soggiorno.
E questo anche a prescindere da ogni discorso sulla difficoltà per il fisco italiano di accertare le proprietà oltrefrontiera, sia degli italiani che degli stranieri residenti in Italia.

TAGS: Dla Piper | Francia | Italia | Spagna | Svizzera

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