Federico Oliva, presidente dell'Inu: «Fiscalità per riqualificare»

di Michela Finizio

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Questo articolo è stato pubblicato il 12 aprile 2012 alle ore 08:53.

«Abbiamo costruito moltissimo negli ultimi anni, ma non per tutti. Oggi sono tanti gli alloggi obsoleti, vuoti o troppo costosi presenti sul mercato». Solo le trasformazioni urbane, promosse da un'iniziativa di legge nazionale, potrebbero rigenerare il territorio e il patrimonio esistente. Ci conta Federico Oliva, presidente dell'Istituto Nazionale di Urbanistica (Inu), sperando che – in seguito ai numerosi appelli – uno dei ministri del Governo Monti voglia davvero farsi paladino di una riforma urbanistica: «Saremmo pronti a fornire il nostro contributo».

È davvero una priorità rivedere la legge urbanistica nazionale?
Ritengo di sì, se il ruolo della legge nazionale è quello che pensiamo noi. Neanche il Governo, infatti, ha ancora capito che l'urbanistica è una materia regionale: in Sicilia le scelte possono essere molto diverse da quelle operative in Veneto. Lo Stato, però, resta responsabile nel definire i principi fondamentali del governo del territorio e le politiche fiscali.
Come potrebbe intervenire, dunque, una legge nazionale?
Ad esempio potrebbe fissare il principio del contenimento del consumo del suolo. È la prima politica sostenibile da attuare, e gli incentivi fiscali sono lo strumento più efficace in questo senso. Poi potrebbe intervenire sulla forma giuridica degli strumenti urbanistici, sulle regole per l'esproprio, sulle compensazioni urbanistiche o sulla perequazione. Questi aspetti non sono normati a livello nazionale: il trasferimento dei diritti edificatori è una pratica che si regge in piedi da sola, non essendo in contrasto con le norme sulla proprietà privata. Ma sarebbe bene inquadrare e guidare la perequazione.

E perché, in questo contesto economico, lo ritiene prioritario?
Le città sono forti produttori di ricchezza, oggi sprecata e sperperata. Bisogna redistribuire a livello sociale le rendite, che non possono solo essere accaparrate privatamente facendo crescere i prezzi all'infinito. Se un'operazione rende 100, 50 deve tornare alla collettività tramite la realizzazione di opere pubbliche e servizi. Questo genera un circuito virtuoso, capace di sopperire anche all'assenza di fondi pubblici. Una legge nazionale metterebbe i paletti fondamentali, perché questo possa avvenire. Non è possibile continuare a sperimentare l'innovazione urbanistica solo attraverso l'azione di qualche ente locale illuminato, che il più delle volte si conclude con annose battaglie giuridiche.

Cosa pensa del «Piano città» lanciato dai costruttori?
Sono d'accordissimo. Penso sia un'ottima iniziativa, che pone al centro il tema della riqualificazione urbana. Riqualificare oggi costa il doppio che edificare in suolo libero. Solo tramite scelte di fiscalità, che favoriscano le riqualificazioni sul piano degli oneri di urbanizzazione, è possibile rigenerare le numerose aree dismesse delle nostre città. L'impostazione è quella che più interessa anche l'Inu: lo svecchiamento del patrimonio edilizio esistente e lo sviluppo sostenibile delle nostre città.

Che cosa pensa dei Comuni «a crescita zero», che adottano politiche contro il consumo del suolo?
Ne penso solo bene, ma è anche troppo facile: in realtà sono delle boutade. Questi slogan e azioni vanno bene in piccoli Comuni, dove certe azioni sono possibili e funzionano. Le città metropolitane sono un'altra cosa, hanno altre necessità e problemi complessi di compensazioni urbane.

TAGS: Monti | Urbanistica ed edilizia

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