Canone concordato: senza nuovi accordi i contratti (e la cedolare «ridotta») non decollano

di Simone Lupo Bagnacani

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Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2014 alle ore 15:45.

La riduzione al 10% dell'aliquota della cedolare secca per gli affitti a canone concordato rischia di essere inutile in buona parte d'Italia perché in moltissimi casi non sono stati aggiornati i valori dei canoni. «L'ulteriore riduzione dell'aliquota agevolata – spiega Silvia Spronelli, presidente di SoloAffitti - può dare un impulso al mercato dell'affitto solo se si aggiornano contemporaneamente gli accordi territoriali sui canoni, specie nelle grandi città come Milano, Roma e Napoli, dove i prezzi concordati sono fermi da anni perché gli attori coinvolti non si riuniscono».

Secondo i dati raccolti da Solo Affitti nelle sue agenzie in tutta Italia nel 2013 i contratti a canone concordato stipulati sono stati il 25% del totale, frutto però di un grande squilibrio tra le diverse città, che varia quasi sempre in base all'anno di accordo tra le associazioni di inquilini e proprietari sull'aggiornamento del valore del canone calmierato.
Un dato per molti versi sorprendente, dato che da quanto emerge dall'analisi delle dichiarazioni dei redditi (vedi Il Sole 24Ore del Lunedì del 17 marzo) il "beneficio" risulta solo in 75mila casi, su due milioni di proprietari di case affittate. A giustificare il divario (nero ed evasione a parte) da un lato c'è il fatto che il dato SoloAffitti riguarda solo le città in cui c'è la possibilità di stipulare con canone concordato e che dall'altro si tratta di contratti per cui più facilmente ci si avvale dell'aiuto di un intermediario.

La città dove vengono utilizzati maggiormente i canoni concordati secondo Solo Affitti, è Trieste, dove la percentuale di utilizzo è del 73% nonostante l'ultimo aggiornamento dei patti sia del 2003. Appena dello scorso anno invece il ricalcolo di Bologna dove questi contratti vengono utilizzati nel 62,3% dei casi, mentre a Genova e Firenze, aggiornati rispettivamente due e quattro anni fa, sono scelti per la metà dei contratti. Un utilizzo non trascurabile viene fatto anche a Roma, 35,7% con ultimo aggiornamento nel 2004, Torino 27% con revisione lo scorso anno e Perugia, il 25% rivisto nel 2010.

Nelle città con gli accordi più vecchi, dal 2004 fino addirittura al 1999 (anno di introduzione di questo tipo di contratto), si registrano invece percentuali di utilizzo minime: uno su cinque a Venezia, Bari, Palermo e Cagliari, il 15% a Potenza e Campobasso e il 10% a Trento. Non rientra nemmeno tra le scelte degli affittuari invece a Napoli, Milano, Catanzaro e Aosta dove tutte le revisioni risalgono ad almeno dieci anni fa.

Il caso di Milano è quello più rappresentativo, come illustra la responsabile comunicazione di Solo Affitti, Isabella Tulipano: «L'accordo risale al 1999 e non è mai stato rivisto, così ora ad esempio in una zona semi-centrale per un appartamento di 70 metri quadrati dovrei chiedere 500 euro, mentre sul mercato libero potrebbero essere mille, è evidente che non c'è alcun tipo di agevolazione fiscale che possa far propendere verso questa soluzione. A parole si dicono tutti d'accordo per rivedere il contratto, ma ci vorrebbe qualcuno che convochi le parti, bisognerebbe fare come nel '99 quando è stato introdotto e si sono aperti tavoli in tutte le città».

Una volta superata questa difficoltà lo strumento potrebbe rivelarsi molto utile e efficacie, come dimostra l'esperienza precedente: «Dopo la prima riduzione dell'aliquota dal 19 al 15% - ricorda infatti Spronelli – attraverso la nostra rete di affiliati abbiamo registrato che nel 2013 due nuovi contratti su tre sono stati stipulati con il regime della cedolare, e con l'ulteriore diminuzione dell'aliquota la preferenza verso questa opzione non può che aumentare perché avvantaggia sia i proprietari che gli inquilini».

Un invito a spingere gli affitti a canone concordato arriva anche da un appello congiunto di Confedilizia, Sunia, Sindacato inquilini e Uniat che puntano anche su una riduzione dell'Imu: «Per rianimare il mercato dell'affitto – scrivono le associazioni – agli immobili locati con affitto a canone concordato sia applicato per legge un limite massimo nella determinazione delle aliquote Imu, insieme alla detraibilità dei canoni per i conduttori, come avviene per gli interessi del mutuo sulla prima a casa». Per le sigle infatti «la locazione concordata sarebbe un modo per controllare l'emergenza abitativa e assicurare la mobilità di studenti e lavoratori».

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