I nuovi progetti di cohousing passano attraverso la Rete

di Dario Aquaro

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Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2014 alle ore 19:28.

L'autonomia dell'abitazione privata combinata ai vantaggi di spazi, risorse e servizi collettivi: sale polifunzionali, lavanderie, guest house, biblioteche, ludoteche, laboratori, orti, cortili, solarium, fino alle attività di babysitteraggio, gruppi d'acquisto solidale, car sharing. Il "coabitare" resta ancora un fenomeno di nicchia in Italia, pur se negli ultimi anni si è continuato a ideare progetti e formare gruppi che provano a organizzarsi mettendo l'accento sulla qualità sociale, economica, energetica o di sostenibilità.

«Non esiste un modello predefinito di cohousing, perché sono diversi i fattori in gioco: i desideri dei cohouser, la collocazione del complesso in un contesto rurale o urbano, la tipologia di intervento edilizio: nuova costruzione o ristrutturazione (che è da preferire)». Massimo Lepore e Simone Sfriso, dello studio di architettura Tamassociati di Venezia, sono autori di due progetti che saranno inaugurati a settembre: a Villorba (Treviso) e San Lazzaro di Savena (Bologna). Il primo è un "borgo solidale" richiesto da otto famiglie in una zona tra centro abitato e campagna: un ecoquartiere in classe energetica A dove le abitazioni (1.700 euro/mq) affacciano su uno spazio verde, e si dispone di una "casa comune" con ambienti e funzioni diverse (dalla sala polifunzionale al magazzino alimentare, dalla stanza per gli ospiti all'officina). Il secondo progetto ha coinvolto 12 famiglie, che si sono aggiudicate in asta pubblica un lotto edificabile, e prevede un nuovo "condominio solidale" (2.150 euro/mq) totalmente in legno – il più alto in Emilia Romagna – che consente alte prestazioni energetiche e affidabilità in termini di risposta sismica e tempistica. Gli spazi comuni comprendono anche sala home video, biblioteca e lavanderia.

A San Lazzaro il percorso è stato condotto grazie all'associazione bolognese "E'/Co-housing", «ma – spiega il presidente Massimo Giordano – ci sono tante realtà che promuovono e provano a darsi un coordinamento attraverso la rete di Cohousing Italia: censire il panorama è però complicato». Si va da Roma a Firenze a Torino dove ad esempio l'associazione CoAbitare ha dato vita a ottobre alla palazzina di Numero Zero, a Porta Palazzo, e ha altri due progetti in corso. «Tutto l'iter, dal basso, richiede almeno due anni per arrivare a un progetto: si devono far nascere relazioni, capire le intenzioni, armonizzare le dinamiche. Andando oltre il biennio – dice Giordano – si rischia di far sfumare l'idea: anche per questo intendiamo ora costituire una società di servizi, per proporre pacchetti di cohousing».

Una società che si muove in tal senso già dal 2007 è la Newcoh, che ha sviluppato quattro progetti: Urban Village Bovisa e Cosycoh a Milano (quest'ultimo in formula di affitto con opzione riscatto), Terracielo a Rodano (Milano), Coholonia a Calambrone (Pisa). Adesso ha presentato il nuovo progetto «Cohousing Chiaravalle» che sarà pronto entro il 2016 e nasce dal recupero e trasformazione della Cascina Gerola, a Milano: una superficie di 4mila metri quadrati con residenze (2.950 euro/mq), spazi comuni coperti, strutture per coworking, accoglienza e servizi di pubblica utilità. Per la quarantina di alloggi disponibili sono arrivate 600 prenotazioni. «Il nostro lavoro – afferma il responsabile del settore sviluppo di Newcoh, Marco Bolis – consiste nell'organizzare la domanda e orientare l'offerta, puntando alla rigenerazione urbana. Una sorta di cabina di regia. Attraverso una serie di giornate partecipate selezioniamo e raccogliamo dietro a un progetto chi desidera andare a vivere in cohousing, evitando però di impelagarsi nella pre-costituzione di un gruppo che poi rischia di non farcela a raggiungere lo scopo». La formula piace: se alla nascita dell'Urban Village nel 2009 gli iscritti alla rete di cohousing.it erano 2.500, ora sono arrivati a circa 18mila.

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