Scuola italiana apprezzata in Oriente

di Maria Chiara Voci

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Questo articolo è stato pubblicato il 06 ottobre 2011 alle ore 10:12.

Non solo moda e cucina: anche l'architettura made in Italy si ritaglia nuovi spazi ad Oriente. In Cina, soprattutto, dove a lanciare la creatività con passaporto italiano ha contribuito, lo scorso anno, il successo del padiglione nazionale all'Expo di Shangai. Ma anche nel Sud Est Asiatico: dall'India al Vietnam, fino alla Corea del Sud.

Entrare nel mercato del gigante asiatico non è però una strada in discesa. Anzi. A porre ostacoli è prima di tutto lo scontro con un contesto culturale, politico e sociale distante da quello occidentale, oltre alla difficoltà burocratica e d'interpretazione normativa e all'elevatissimo margine di rischio nella scelta di committenti affidabili. «Il mercato orientale è senza dubbio interessante. La scuola italiana – conferma Amedeo Schiattarella, presidente dell'Ordine degli architetti di Roma – è molto apprezzata sul piano del concept e dell'ideazione. Tuttavia oggi non si può parlare di una presenza italiana strutturata in Oriente. Non esiste un "sistema Italia", ma solo un movimento sporadico e casuale, a volte affiancato da grandi organismi di Stato, come l'Istituto per il Commercio Estero, che però agiscono per spot e, spesso, con lo sguardo più rivolto alle imprese che alle professioni».

Lo scorso anno l'Ordine romano – unico in Italia – ha aperto un ufficio nella provincia di cinese di Chengdu. Obiettivo: garantire a chi opera nel Sol Levante un punto di appoggio, agevolare la divulgazione dell'architettura italiana moderna e contemporanea, creare alleanze con il tessuto produttivo locale e offrire servizi, quali la pubblicazione di gare di appalti e traduzioni, a chi intende affrontare la sfida cinese. «Per operare in Oriente – spiega ancora Schiattarella – sono imprescindibili alcuni passaggi. Innanzitutto non è possibile svolgere l'attività, senza un punto di appoggio in loco. I committenti orientali vogliono incontrare con costanza l'architetto e avere un referente sul posto. Altra strada obbligata è stringere un'alleanza con architetti e tecnici locali, anche per avere un aiuto nell'interpretazione delle normative o nel modo con cui è necessario presentare i progetti».

Lo stesso vale, del resto, per le imprese edili, che possono esportare knowhow, soprattutto nel campo del green building (tema di massima attualità anche in Cina), ma che necessariamente devono appoggiarsi alla manodopera del territorio. «Infine – conclude Schiattarella – è importante essere cauti nella scelta dei committenti, per evitare di incorrere in situazioni spiacevoli».

Compiuti tutti i passi, lavorare ad Est può aprire opportunità uniche. «Progettare in Cina – racconta Silvio d'Ascia, napoletano d'origine e parigino d'adozione, con all'attivo progetti come il distretto per la Finanza Data Processing Center Building di Shangai, con Arep – significa confrontarsi con una scala dimensionale che da noi è impensabile. Non si parla di singole opere, ma a volte di interi quartieri. Un'esperienza fondante, anche perché dall'ideazione al progetto finito non passano i tempi biblici a cui siamo abituati, ad esempio, in Italia».

TAGS: Italia | Ordini provinciali degli architetti | Scuola e Università | Shangai

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