Mario Botta: «La progettazione rispetti l'ambiente»

di Paola Pierotti

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Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2012 alle ore 10:01.

Densificare preservando gli elementi cardine della città, che ha un centro e limiti definiti. Tenere conto del contesto precario in cui si opera, valutando la complessità e la rapidità delle trasformazioni. Innovare non tanto attraverso la tecnologia ma con progetti attenti alla qualità della vita dell'uomo e alle sue 'emozioni'. «A Sesto San Giovanni nell'area dell'ex Campari ho costruito edifici quasi antropomorfi: basta con i vecchi casermoni, l'uomo si deve riconoscere nella casa in cui abita».

Con questi tre temi Mario Botta, architetto svizzero, classe 1943, esprime il suo punto di vista sul ruolo dell'architettura oggi e sul mestiere di una professione in continua evoluzione.
Botta, le radicali trasformazioni in atto, da quelle economiche a quelle ambientali, come incidono sulla qualità del vivere e sullo sviluppo della città?
La globalizzazione ha evidenziato una serie di problemi che erano nell'aria già da alcuni decenni, ma è rimasta colpita soprattutto dalla complessità dei processi e dalla rapidità dei cambiamenti. A ricaduta, l'architettura deve tenere conto di un contesto che sempre meno può essere programmato e definito. Non a caso l'urbanistica tradizionale è in crisi.

In che termini?
I piani regolatori che fino a qualche decennio fa riuscivano a controllare lo sviluppo del territorio e la programmazione degli insediamenti sono diventati inefficaci. Basti pensare al nuovo insediamento di un mall che altera radicalmente i rapporti di tipo funzionale e viario: il traffico viene sconvolto sia per il vicinato sia alla scala territoriale. Questo per spiegare come qualsiasi trasformazione riesca ad ampliare il campo di interesse e di influenza su un territorio sempre più ampio e di competenze differenti. Il conflitto tra piano e progetto si ingrandisce e la convivenza si fa difficile.
Guardando alla scala urbana lei osserva che il pragmatismo delle trasformazioni finisce per prevalere sugli ideali e sui modelli di sviluppo che il piano riusciva a stabilire: per l'architettura cos'è cambiato?

Negli ultimi anni è cambiato il ruolo dell'architetto che non è più solo progettista. Nella progettazione è diventato fondamentale valutare il problema degli equilibri ambientali. Non si può prescindere dal tema delle risorse energetiche. La pianificazione territoriale, l'ambiente e le risorse energetiche hanno stravolto la disciplina dell'architettura e il progetto.
E l'architetto che cosa può fare?
L'architetto non sceglie cosa fare: è uno strumento al servizio della collettività, collettività che si può anche mascherare attraverso un promotore privato, che ha come compito la costruzione degli spazi per l'uomo del proprio tempo. L'architetto deve lavorare pensando che la sua vera committenza è la storia.
Architetto, nel suo libro «Dove abitano le emozioni», curato da Paolo Crepet, lei sostiene che dall'Italia ha da imparare perché è «luogo della memoria e della cultura», che favoriscono le emozioni. La storia e la morfologia delle città italiane sono ancora attuali?
Negli ultimi decenni ovunque si è tentato di trasformare il tessuto urbano in un'agglomerazione continua. Sembrano non esistere più i valori spaziali di tipo collettivo: le strade, le piazze, le contrade, i parchi, arterie di dimensioni umane. Io penso invece che la città resti ancora oggi la forma sociale di aggregazione più evoluta, efficiente, performante e flessibile.

Trasferendo questo concetto alla pianificazione e progettazione delle città e degli edifici, che cosa significa?
Oggi le città hanno più centri ‐ direzionale, religioso, commerciale ‐ ma per definizione la città che funziona è quella che ha un solo centro e dei limiti. Quando lavoriamo sulla città dobbiamo essere consapevoli che ogni volta che interveniamo concorriamo a creare o a distruggere valori. La densità urbana non va vista come elemento negativo: sempre salvaguardando gli spazi liberi e magari ampliandone la disponibilità, bisogna lavorare per densificare e ricostruire sul costruito.
A Sesto San Giovanni lei ha firmato un maxi-intervento di rigenerazione urbana nell'area ex Campari: uffici e residenze al posto di una fabbrica obsoleta. Il concept del suo progetto?
Inizialmente abbiamo tentato di salvaguardare i valori ancora presenti: le ville della ex Campari hanno cambiato destinazione d'uso e sono diventate direzionali. Abbiamo potenziato il verde con un parco di 4mila mq e conservato l'elemento centrale del complesso, la palazzina uffici, attorno alla quale si era sviluppata tutta la fabbrica. Ma poi abbiamo abbattuto le costruzioni che c'erano sul perimetro del lotto e costruito nuovi edifici per uffici e residenze.

Da area industriale a polo misto?
Da quadrilatero industriale l'ex Campari ha assunto nuovi significati: quello del tempo libero con il parco; la memoria è viva grazie al recupero della vecchia villa e la palazzina uffici è diventata il museo dell'azienda; le nuove costruzioni hanno garantito un mix sociale e valorizzato la condizione privilegiata dell'area.
L'abitare è un concetto liquido: quali sono le priorità dell'uomo contemporaneo?
Penso che la cosa più importante sia il rapporto tra interno ed esterno. Dobbiamo lavorare all'interno delle leggi del mercato e dei limiti di chi vuole vivere in città piuttosto che in campagna, ma il rapporto con l'intorno è una delle priorità. All'ex Campari, nelle residenze, abbiamo creato delle grandi logge che non sono solo balconi ma spazi con un particolare microclima che di fatto sono un prolungamento del soggiorno.

La sagoma degli edifici com'è nata?
Mi sono opposto all'idea di realizzare dei parallelepipedi che ricordano vecchie caserme senza spazi di transizione. Ho immaginato una nuova tipologia. Queste architetture sono come dei totem, delle maschere, com'erano i palazzi rinascimentali italiani. Riproducendo immagini e figure penso che l'uomo si identifichi più facilmente nella propria casa.

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